Comunità Energetiche Rinnovabili 2025: numeri, mappe e scenari verso il 2026

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) incarnano oggi uno dei paradigmi più innovativi della transizione energetica italiana. La produzione locale di energia rinnovabile non rappresenta più soltanto una questione tecnica, ma un’opportunità per ripensare i rapporti sociali, economici e territoriali attorno all’energia condivisa.

Questo articolo offre una fotografia aggiornata dello stato dell’arte a inizio 2025, attingendo ai dati più recenti del GSE e a fonti istituzionali, tra cui OsservatorioCER.it. Considerata la natura dinamica del fenomeno – con nuove attivazioni quotidiane e iniziative non ancora pienamente censite – l’analisi rappresenta un quadro parziale ma altamente rappresentativo dell’evoluzione in corso.

Il contesto evolutivo: dal quadro normativo a una realtà in espansione

Le CER nascono dal recepimento italiano della Direttiva RED II attraverso il D.Lgs. 199/2021, che ha introdotto la figura giuridica della “comunità energetica rinnovabile” come soggetto in grado di produrre, consumare e condividere energia all’interno del perimetro di una cabina primaria.

Il modello, inizialmente limitato ai Comuni sotto i 5.000 abitanti, ha subito una profonda evoluzione nel biennio 2024–2025. Il Decreto MASE del 16 maggio 2025 ha esteso l’accesso agli incentivi ai Comuni fino a 50.000 abitanti, ampliando la platea dei beneficiari e includendo cittadini, enti del terzo settore e associazioni ambientaliste.

Parallelamente, le nuove Regole Operative GSE (Decreto Direttoriale n. 228/2025) hanno introdotto semplificazioni decisive: maggiore chiarezza sulla cumulabilità tra PNRR e tariffa premio ventennale, anticipo del 30% sui contributi a fondo perduto e riconoscimento retroattivo di alcune spese preliminari. L’obiettivo è accelerare il passaggio da progetto a operatività, riducendo i tempi medi di attivazione.

I risultati sono significativi. A dicembre 2025 si registrano 1.805 configurazioni di autoconsumo diffuso attive, per un totale di 174,5 MW installati e 18.263 utenze coinvolte. Di queste, 597 sono CER propriamente dette. Rispetto a marzo 2025, la crescita è superiore al 180%. Tuttavia, il Paese è ancora distante dal target PNRR di 1.730 MW entro giugno 2026.

Le criticità principali restano tre: iter autorizzativi disomogenei, saturazione di molte cabine primarie e complessità nella gestione dei dati energetici per il calcolo dell’energia condivisa.

Numeri chiave e mappa territoriale

La potenza media per CER è di 97 kW, con una netta prevalenza del fotovoltaico. L’integrazione dello storage sta assumendo un ruolo sempre più strategico: l’autoconsumo medio passa dal 45% al 65% nelle configurazioni dotate di sistemi di accumulo.

La crescita territoriale appare “a macchia di leopardo”, con sei regioni che concentrano quasi il 60% delle configurazioni nazionali: Lombardia, Piemonte, Sicilia, Veneto, Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna. I driver variano tra bandi regionali dedicati, presenza di utility proattive, ecosistemi di ESCo strutturate e forte radicamento cooperativo.

Il Mezzogiorno mostra un potenziale ancora inespresso, frenato da infrastrutture di rete obsolete ma sostenuto da iniziative ad alto impatto sociale, come Kemarincer in Molise e la Comunità Energetica e Solidale di Napoli Est.

Nuovi protagonisti

Il profilo degli attori è profondamente cambiato. Se nel 2023 prevalevano i Comuni rurali, oggi le imprese rappresentano circa il 35% delle utenze connesse, utilizzando le CER come leva ESG. Le ESCo gestiscono il 28% delle configurazioni, offrendo modelli chiavi in mano che comprendono business plan, gestione amministrativa e monitoraggio energetico.

Cooperative energetiche e terzo settore mantengono una forte vocazione sociale, mentre crescono rapidamente le configurazioni di autoconsumo individuale a distanza, abilitate da smart meter evoluti e piattaforme digitali.

Le CER stanno evolvendo da esperimenti locali a ecosistemi integrati supportati da software professionali di gestione e ottimizzazione.

Casi studio emblematici

Magenta (Lombardia), Alpignano (Piemonte), Kemarincer (Molise) e Napoli Est (Campania) dimostrano la capacità del modello CER di adattarsi a contesti diversi, combinando efficienza energetica e coesione sociale.

Dalle scuole pubbliche alimentate da impianti comunali fino ai modelli di reinvestimento degli incentivi in progetti sociali, le CER si configurano come strumenti di rigenerazione territoriale.

Sfide persistenti

Nonostante la crescita, il percorso resta complesso. Oltre il 40% delle cabine primarie risulta prossimo alla saturazione. Gli iter autorizzativi sono disomogenei tra Regioni. La gestione dei dati energetici richiede interoperabilità avanzata e competenze tecniche specialistiche.

Emergono inoltre tematiche legate a cybersecurity, GDPR e nuove normative europee sulla resilienza digitale, che impongono standard più elevati anche alle configurazioni locali.

Prospettive al 2026

La chiusura definitiva dello Scambio sul Posto ha rappresentato un punto di svolta. Le CER si candidano come principale alternativa per la valorizzazione dell’energia prodotta in eccesso.

Le proiezioni indicano la possibilità di raggiungere 3.500 CER attive e 450 MW installati entro fine 2026, a condizione che vengano superati i colli di bottiglia infrastrutturali.

Sul piano tecnologico si prevede un’evoluzione verso configurazioni ibride: integrazione con idrogeno verde, vehicle-to-grid, comunità termiche e piattaforme digitali avanzate con algoritmi predittivi e strumenti di intelligenza artificiale.

Conclusioni

Il sistema italiano delle CER è vitale e in crescita, ma ancora lontano dal pieno potenziale. I dati mostrano un ecosistema maturo nelle intenzioni e nei modelli, ma ancora in fase di consolidamento infrastrutturale e normativo.

Serve una strategia coordinata che unisca semplificazione amministrativa, investimenti sulle reti e accompagnamento tecnico agli attori locali. Se queste condizioni verranno soddisfatte, le CER potranno affermarsi come modello strutturale di transizione energetica dal basso, capace di coniugare efficienza, sostenibilità e partecipazione democratica.

Il 2025 segna una fase di accelerazione irreversibile. Il 2026 sarà l’anno decisivo.

A cura di Attilio Palumbo, ingegnere ambientale, esperto in transizione ecologica, project management e divulgazione ambientale.